Giorgio Chiesi

CA-788firma-chiesiCA-689 Giorgio Chiesi nasce a Felina, nell’Appennino Emiliano, in provincia di Reggio Emilia. La famiglia si trasferisce a Milano, dove Chiesi completa gli studi. Fino ai primi anni Sessanta svolge varie attività ed il lavoro non gli permette di dedicarsi a tempo pieno alla pittura, che già si manifesta come il suo interesse primario. Conosce nel frattempo alcuni artisti e tra questi, in particolare Enzo Vicentini e Gianfranco Ferroni; con il loro incoraggiamento comincia a dedicarsi completamente all’arte. La ricerca del suo segno e del suo stile e lo studio dei soggetti lo accompagnano fino ad oggi. Nel 1970 conosce Giuseppe Migneco e ne frequenta assiduamente lo studio approfondendo così  i suoi interessi culturali con il mondo dell’arte. Migneco lo presenta a Paolo Marini, gallerista di Firenze che nel 1979 gli organizza la prima personale, con presentazione in catalogo di Renzo Bertoni. Negli anni successivi, il legame con Marini e Bertoni sarà determinante per il proseguimento dell’attività di Chiesi, che terrà mostre personali nelle maggiori città italiane, sostenuto ed incoraggiato da numerosi collezionisti. Il percorso artistico del maestro Giorgio Chiesi parte dal realismo sociale degli anni ’60 dove con Ferroni, Vespignani, Cappelli e Sughi già sperimentavano nuove tecniche essendo alla continua ricerca di nuove e particolari creazioni. Prosegue poi negli anni ’70 con lo studio e la scoperta di Bacon e Giacometti; rielaborando e metabolizzando queste conoscenze il maestro crea le prime figure che urlano, prevenendo la disperazione dell’umanità, un mondo che appariva già senza futuro ma travolto da un finto benessere, un benessere materiale e apparente. L’urlo prosegue anche negli anni ’80, non più con immagini distorte nel dolore ma gridando con la stessa forza utilizzando il colore, dando alle figure quel tono grigio  della morte apparente, non del corpo ma della mente. La stessa che ci sta distruggendo e annientando tutti. Passando poi negli anni ’90 ad una pittura con una sorta di ribellione delle cose, dipingendo in una assolutezza formale: oggetti totemici, nuova civiltà nel vedere, una pittura fantastica e ludica. Ecco allora queste grosse teste eseguite nel 2000 con gestualità senza ripensamento, vuote da ogni loro pensiero ed instradate da vari divieti e cartelli che indicano la strada da seguire. I soggetti sono poi contornati da auto, cellulari, lampade, ossia tutto quello che la tecnologia moderna ci propone, il tutto eseguito da un primitivismo infantile che fornisce suggestioni , suggerimenti e materia di pensiero  per il nostro futuro. Le ultime figure del maestro Giorgio Chiesi sono infatti il segno più libero della pittura-non pittura, vista e colta sui muri delle città, nelle gallerie della metropolitana  e nelle stazioni ferroviarie, che rielabora poi dal profondo io dell’artista un espressionismo gestuale senza ripensamenti.

 

Giorgio Chiesi

 

APPUNTI DI LETTURA

Gli omini allampanati, grotteschi, stralunati di Giorgio Chiesi sembrano usciti da una fiaba metropolitana. Beffardi babau del folclore urbano, consumistico e mediatico si agitano con gli occhi strabuzzati, come burattini di un teatrino scanzonato, che porta in scena racconti di ordinaria ingenuità.

Con Chiesi pare che l’arte sia alla portata di tutti, per la facilità con cui si può stabilire un contatto visivo, per l’approccio istintivo che le sue opere consentono. Il suo è un processo affabulatorio, che partendo da una concezione ludica concepisce immagini fantasiose, trattate come se fossero divertissement della mente, giochi espressivi di una creatività lieve.

Le ascendenze culturali di questa pittura sono certamente da individuare nel filone del writing, in quel graffitismo spontaneo o studiato, diffusosi a partire dagli anni Sessanta soprattutto nelle subway americane e nei quartieri emarginati delle grandi città.

Chiesi non è chiaramente un writer, né per carattere né per formazione. La genesi della sua pittura è di matrice colta e affonda le radici nell’inquietante espressionismo di Bacon, anche se manca in lui quel clima drammatico, che caratterizza la pittura dell’artista inglese. Altra ascendenza può rintracciarsi in Jean Dubuffet e nell’art brut, per l’assenza di formalismo e per il piglio anarchico di opere senza intellettualismi.

C’è nella pittura di Chiesi una forte carica emotiva, che si palesa in un’esecuzione rapida ed in una gestualità spigliata; le figure sono abbozzate come se fossero disegni preparatori, ma in quei pochi tratti sicuri hanno già tutta la loro compiutezza.
All’artista non interessa descrivere minuziosamente le sue storie, che possono stare racchiuse indifferentemente nella singola opera o svilupparsi in cicli di lavori; sono piuttosto i personaggi e le situazioni nella loro essenzialità evocativa a piacere all’autore, che si diverte a costruire macchiette umane dagli assurdi connotati. Teste enormi, su corpi improbabili, piedi e mani direttamente attaccati al tronco ed alla testa, dettagli ingigantiti con l’esagerazione tipica del caricaturista occupano uno spazio senza orizzonte, in cui fluttuano oggetti della quotidianità, come tante comic strips in libertà; animali fantastici e frutti giganteschi popolano le superfici del quadro-vignetta ad illustrare sarcasticamente un mondo traballante.

Con l’occhio fantasioso Chiesi pesca a piene mani fra alcuni oggetti d’uso e icone del nostro tempo; come nell’illustrazione per l’infanzia, usa un linguaggio poetico e svagato, anche quando allude a qualche disagio intellettuale e insinua un atteggiamento critico verso i nuovi miti della cultura di massa. Egli sceglie la via dell’ironia, del richiamo bonario, del simbolismo divertito. Il suo realismo è – come dicono gli psicologi – intellettuale e non visivo, in quanto riflette rappresentazioni mentali, disegnando i particolari a prescindere dalla loro vera collocazione e alterando le proporzioni reali in base ad una personalissima attribuzione d’importanza. E’ un meccanismo ampiamente adottato dalle culture primitive e popolari, come si può ben vedere nelle anatomie esagerate dell’art négre o nei moai dell’Isola di Pasqua fatti di sole teste gigantesche, ma anche nei mascheroni in cartapesta del folclore meridionale ripresi, poi, nei carri allegorici dei tanti carnevali del mondo.
Figlia dell’arte pop la pittura di Chiesi adotta un repertorio iconografico composito e pieno di contaminazioni, dall’immagine fumettistica alla ripetizione di oggetti-simbolo, fino all’impiego del collage e di quant’altro gli possa provenire dall’universo visivo contemporaneo.

Le forme disegnate, cancellate, assemblate riportano ad una pratica liberatoria della pittura, come lo era per Basquiat, mentre la galleria di personaggi grotteschi trova aspetti di contiguità con l’ironia dissacratoria di Enrico Baj.

Chiesi fa, a modo suo, satira di costume, con i suoi bislacchi volti occhialuti e l’indolente sigaretta fra le labbra. Il linguaggio caustico e il segno prorompente fanno di queste immagini un vivace diario visivo, una fulminante parodia dell’umanità d’oggi.

 

 

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